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Massimo Di Felice, la prossima generazione “i nativi digitali”
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brucerà la “Carta di Atene” per abitare il Nuovo Mondo

La natura stessa e il sistema della vita è concepito come un sistema in rete.

Paesaggi post-urbani, le forme comunicative dell'abitare, dal territorio alle reti

L’11 marzo 2010 il TIME pubblica “10 ideas for the next 10 years”, il decalogo dei 10 trend per i prossimi 10 anni. Il punto 8 recita: TV will save the world. In barba a Google, Facebook e tutti gli i-gadget, nel suo approfondimento “Revolution in a Box” Charles Kenny mostra quanto il media di massa più diffuso al mondo sarà la “vecchia” scatola nera, col suo bagaglio di canali digitali, pronta a mostrare, dal Ghana all’India, dal Brasile al Vietnam, “nuove idee e differenti persone, con conseguenti grandiose opportunità, accrescimento delle uguaglianze, miglior comprensione del mondo ed apprezzamento delle complessità.” (…watching TV exposes people to new ideas and different people. With that will come greater opportunity, growing equality, a better understanding of the world, and a new appreciation of the complexities of life…).

Partendo dal responso di Kenny, “TV vs WWW: 1-0”, abbiamo intervistato Massimo Di Felice, Coordinatore del Centro de pesquisa Atopos, che sta svolgendo una ricerca sull’impatto delle reti digitali nella creazione di processi di sviluppo sostenibile in alcune piccole comunità locali brasiliane, con il finanziamento della compagnia energetica Petrobras. Di Felice commenta «La vecchia tv non permette la produzione di contenuto ma solo la sua ricezione, ecco ciò che la distingue da youtube o dalle reti, che stanno educando le nuove generazioni a produrre contenuto, non solo a riceverlo. Ma questo non vuol dire che la televisione sia destinata inevitabilmente al declino, la tv potrebbe svolgere un ruolo importante in molti paesi, soprattutto in quelli dove é maggiore l’esclusione scolastica, per permettere l’accesso a corsi e contenuti culturali anche alle comunitá più lontane. Le tv dovrebbero trasformarsi in divulgatrici di cultura, oltre che di intrattenimento».

Trascurando la profezia citata nella raccolta Maya Popol Vuh, secondo la quale la data del 21 dicembre 2012 segnerà una svolta drammatica o spirituale dell’umanità, e riducendo profetici scenari all’oggi per oggi, un cambiamento pare essere in atto. Sviluppo, progresso, evoluzione, trasformazione, decrescita… qual’è la parola?
«Rifkin (Jeremy Rifkin, Denver, 1943) che è un autore, un economista molto noto ed importante, nel suo libro Economia all’idrogeno - la creazione del Worldwide Energy Web e la redistribuzione del potere sulla terra (Mondadori, 2002) fa una stretta relazione tra il progresso dell’umanità e la variazione contemporanea di due fattori: da un lato il cambiamento dell’approvvigionamento energetico, ossia delle risorse energetiche utilizzate, e dall’altro il cambiamento dei modelli comunicativi.
Quando questi due modelli cambiano nello stesso tempo, l’umanità fa dei passi in avanti. Il nostro attuale modello energetico è basato sul petrolio, quindi su energie non rinnovabili. Il modello del petrolio comporta l’approvvigionamento di grandi quantità di energie che sono nelle mani di pochi, energie che poi vengono distribuite e vendute al resto delle persone, quindi un modello analogico, da un centro alle periferie. Il modello comunicativo dell’era del petrolio è il modello delle televisioni, della radio, un modello che distribuisce informazioni.

Oggi le reti propongono un modello comunicativo in cui le informazioni sono disponibili a tutti in qualunque parte del mondo, in cui ogni soggetto può essere sia fonte che ricevente di informazione, di contenuti, quindi un modello senza centri. Rifkin auspica la creazione di un modello energetico che coincida col modello comunicativo delle reti, ad esempio con l’utilizzo dell’idrogeno, ma anche di tutte le energie rinnovabili: il sole ad esempio, che è dovunque. Oggi siamo in un momento centrale importantissimo: l’umanità ha l’opportunità di fare un salto in avanti se il nuovo modello energetico coinciderà con il modello di distribuzione globale delle informazioni nella rete».

Salto in avanti o restaurazione? Fritjof Capra, nel suo libro La rete della vita, dice che è difficile ritrovare la via del ritorno all’Eden primitivo, dovendo prima sgombrare la strada dalle macerie dello sviluppo. Le recenti tecnologie applicate alle comunicazioni di massa ci avvicinano o ci allontanano definitivamente dall’Eden, dalla condizione ideale?
Mi piace molto la frase di Capra, mi piace praticamente tutto quello che Capra scrive… questa frase ci pone già chiaramente la situazione: le macerie dello sviluppo. Abbiamo oggi la coscienza che lo sviluppo inseguito nella fase della recente modernità è qualcosa che ha un limite, ossia che non può continuare ad essere come è stato fino adesso, una forma quantitativa espansiva illimitata perché le risorse del pianeta sono finite. L’impatto è assolutamente improponibile perché ha un costo anche umano molto grande e a questa coscienza si è arrivati indipendentemente dal proprio credo.

Davanti a questa coscienza abbiamo, con le reti e le tecnologie, una possibilità di cambiamento perché abbiamo la prospettiva e l’opportunità concreta di diffondere la conoscenza, di costruire nuove reti sociali, di pensare a sviluppi locali gestiti dalle stesse comunità che abitano il territorio, la possibilità che esse stesse interagiscano con mercati anche distanti per poter realizzare progetti, e la possibilità di pensare ad un dibattito mondiale sulla difesa dell’ambiente, del territorio, delle foreste… Questo cambiamento è un processo che ci consente di pensare positivamente benché non voglia dire che sia automaticamente votato al successo. Può essere che forze politiche avverse a tutto questo vincano, abbiano strumenti o capacità superiori.

Prima cosa oggi non dobbiamo più far coincidere sviluppo con la condizione ideale, l’eden, perché parlare ancora di sviluppo ci mette nuovamente nella logica moderna evolutivo-quantitativa, che sappiamo oggi non essere l’unica strada. Anzi abbiamo la necessità di diminuire lo sviluppo quantitativo, industriale, moderno, di aumento di produzione per andare verso una trasformazione che significa preservare la cultura, l’ambiente, i territori, la nostra storia, le nostre identità. Oggi sviluppo non coincide ancora con preservazione, con sostenibilità, con pluralità di visioni, questo è il passato.
La parola non è più sviluppo, perché oggi assume un altro significato, ma è trasformazione.
I cambiamenti fanno parte della condizione umana.

A proposito di cambiamenti, cambiamenti che sono il frutto della circolazione delle informazioni prima, delle persone poi, il sociologo francese Michel Maffesoli afferma che l’epoca post moderna è caratterizzata dal fenomeno del nomadismo, cioè da una forte propensione agli spostamenti sul territorio.
Che ruolo ha il pensiero di Maffesoli sulle tue ricerche?

Michel Maffesoli è stato per la mia generazione in particolare un pensatore ed un sociologo importantissimo. L’ho conosciuto perché è venuto in più occasioni su invito del Prof. Ferrarotti (Franco Ferrarotti - Palazzolo Vercellese, 1926 - sociologo) alla facoltà di Sociologia della Sapienza di Roma, per cui ebbi sia l’opportunità di conoscerlo che di leggere tutti i suoi libri.
Il pensiero di Maffesoli si inserisce in un contesto storico particolare, iniziato con la pubblicazione del libro di Vattimo (Gianteresio Vattimo - Torino, 1936 - filosofo e politico) Il pensiero debole * (Feltrinelli, Milano, 1983), la caduta del muro di Berlino (9 novembre 1989), la crisi delle grandi ideologie e la crisi delle grandi narrazioni di emancipazione (in un contesto sociale spogliato di qualsivoglia suggestione ideologica, le narrazioni danno false risposte alle problematiche concrete delle persone comuni) come disse François Leotard (Cannes, 1942), ossia in un periodo di crisi delle grandi ideologie che avevano la pretesa di spiegare tutto.

Nei suoi studi sulla società, Maffesoli dà una forte enfasi al dionisiaco, all’effimero, all’immaginario, a tutti quegli elementi che la sociologia classica o non aveva trattato o aveva trattato in maniera marginale. Lui è stato fondamentale per capire come i cambiamenti di oggi siano legati a fenomeni definiti futilità: la moda, i gusti, lo spettacolo, il corpo, gli stili di vita, il sentire… categorie oggi importantissime per comprendere l’architettura, il consumo, l’economia, la politica. Superate le ideologie, Maffesoli ha fatto capire a tutti che il postmoderno è l’epoca dell’effimero, della velocità, della rapidità, dove i grandi cambiamenti sono legati più alle logiche emotive e del sentire, che alle ideologie dell’interpretazione razionale. Tutto questo nella rete è assolutamente visibile e amplificato. Io direi anzi che nella rete c’è un modo di sentire “transorganico”, ossia il risultato di una interazione non soltanto tra persone, ma tra persone e circuiti informativi, tra persone e reti, tra persone e interface, e quindi è un tipo di sentire che stimola sensazioni prodotte non soltanto dai sensi umani, ma dalla combinazione dei sensi umani con il beneficio tecnologico. È un sentire che non possiamo definire artificiale, perché l’umano continua ad esserci, ma allo stesso tempo non possiamo definire umano perché diverso dal sentire tradizionale, basato sui cinque sensi.

Ma i sensi che entrano in gioco con le interfaces, con le tecnologie, sono limitati, no?
Al contrario. Molte ricerche dicono che esiste una vera e propria esplosione di sensi: quando una persona sta seduta davanti al computer i sensi sono tutti attivissimi, molto coinvolti, molto stimolati. È vero che le mamme spesso dicono ai figli di non passare ore e ore davanti al computer, ma di uscire e di giocare e sicuramente è un ottimo consiglio! (ride)
Mentre la persona sta apparentemente seduta, in realtà sta facendo un insieme di azioni mentali che a livello percettivo sono assolutamente complesse. Si tratta di una stimolazione con pochissimo movimento e questo è l’aspetto nuovo. Storicamente la condizione umana è inserita nell’ambiente: per avere più stimolazioni l’uomo doveva muoversi, camminare, interagire con l’esterno, quindi essenzialmente la stimolazione era legata al movimento. Invece con internet i nostri sensi sono stimolati dal circuito informativo, non dal movimento.

Sì, ma i sensi come il gusto, il tatto…

Il touch screen è una forma di tatto, o pensi ai quei games in cui oggi si sta recuperando anche il movimento, o second life dove apparentemente le interazioni sembrano escludere i sensi, il tatto, ma forse non completamente… o comunque sviluppano un altro tipo di tatto, un altro tipo di funzionalità. È importante capire queste nuove forme del sentire perché noi siamo convenzionalmente legati a una concezione definitiva dell’umano. Ma la stessa biologia ci dice che l’uomo è un essere in continuo divenire, soprattutto rispetto agli altri organismi viventi. L’uomo possiede una grande caratteristica, che è la continua interazione con il mondo esterno, indispensabile per trasformarsi e per svilupparsi in senso pieno.

In zooantropologia l’epimeletica è la necessità che hanno gli organismi viventi di interagire con l’ambiente circostante per svilupparsi. Quando ad esempio un bambino nasce, non solo il corpo è piccolo ma anche il cervello è molto poco sviluppato. Attraverso l’interazione col mondo esterno il bambino imparerà tutto quello che costituirà il suo essere individuo maturo, ossia il risultato dell’interazione con l’esterno. Dal tipo di ambiente che il bambino appena nato incontra nel suo percorso evolutivo, dipenderà il suo sviluppo. Questa incessante relazione con l’esterno stabilisce di fatto come l’organismo non sia già formato, bensì il risultato di una continua interazione con l’esterno.

Dato che oggi esiste un ambiente digitale, tecnologico, noi stessi ma ancor di più i cosiddetti “nativi digitali” svilupperanno dei sensi che prima non esistevano. Questa evoluzione storicamente si è sempre avverata. Pensi alla lettura: la diffusione della lettura ha creato un tipo di individuo e di soggettività assolutamente diversi dall’individuo che viveva in un contesto esclusivamente orale. Quindi oggi non dobbiamo sorprenderci più di tanto per le variazioni che le nuove tecnolgie stanno apportando alle nuove generazioni. Probabilmente dobbiamo interrogarci, rivedere aspetti positivi e negativi che inevitabilmente ci sono.
Ma questo fa parte della condizione umana.

Quali sono gli aspetti positivi e quali quelli negativi?

(ride) …con tutta una serie di dubbi perché il fenomeno è molto recente e complesso… L’aspetto positivo è la possibilità unica nella storia dell’uomo di poter avere accesso a tutte le informazioni. Le reti ci danno la possibilità reale di avere accesso a tutto il sapere umano, dalla pittura, all’arte, alla filosofia, a qualunque tipo di contenuto si possa immaginare, e lo hai disponibile con un semplice click! E questo è un bene, perché è l’avverarsi dell’utopia della comunicazione.

Il libro stampato nasce esattamente con questo fine, cioè far arrivare i contenuti a più persone possibili. La voce innanzitutto, il testo e tutte le forme di comunicazione poi, hanno avuto in sè l’obiettivo, l’utopia, di dare accesso a più contenuti possibili al maggior numero di persone. Fai una rapida analisi della storia della comunicazione: dapprima la parola, poi la scrittura, ancor di più l’invenzione di Johann Gutenberg dei caratteri mobili (1455) - quindi la tipografia che ha ulteriormente allargato l’accesso all’informazione - la radio, la televisione, il cinema e oggi internet. La comunicazione ha avuto un enorme processo di evoluzione ed un progressivo aumento del numero di persone raggiunte, con una diminuzione sia del tempo di diffusione che dei costi di accesso. Storicamente le evoluzioni comunicative hanno permesso un sempre più allargato accesso alle informazioni, quindi la storia della comunicazione è una storia di inclusione. Questo è estremamente positivo. Vero è anche che non necessariamente la facilità di accesso corrisponde ad un interesse vero, soprattutto in questa fase di passaggio. Stando a contatto con gli studenti - i nativi digitali - posso constatare di persona quanto essi non siano necessariamente inseriti nei valori di una cultura classica. Il sapere e il concetto stesso di cultura stanno cambiando e non è detto che sia un male. Bisognerebbe piuttosto analizzare - e per questo abbiamo ancora pochi anni purtroppo per dirlo - se questo cambiamento è in direzione dell’incremento o della diminuzione della qualità.

Saranno dunque le nuove generazioni a stabilire i nuovi valori…

Direi di sì… Stavo scrivendo in questi giorni un articolo sulla relazione tra la cultura classica e la rete. Faccio un esempio: navigando nei siti di filosofia - tutti i grandi filosofi del mondo sono online - spesso si incontrano immagini, si possono visitare le opere da vicino, vederle… Probabilmente la relazione tra cultura classica e rete non è conflittuale, come dimostra anche l’incremento della vendita dei libri. Non ci sono mai stati così tanti libri come nella nostra epoca, ma come dicono alcuni miei colleghi «libri senza qualità, la maggior parte dei quali sono molto commerciali». Sono considerazioni abbastanza opinabili… Secondo me è ancora molto presto per dare un parere definitivo sugli aspetti positivi e negativi.

Però non ha detto nessun aspetto negativo.

Ma, guarda, io sono molto positivo sulle nuove tecnologie quindi per esempio ti potrei citare aspetti negativi sui quali non concordo: la prima critica mossa è la diminuzione delle relazioni sociali, e già questo non è vero. E’ assolutamente provato l’esatto contrario. In tutti i social network hai relazioni e amicizie in grandi quantità che non escludono i rapporti reali. E poi, detto tra noi, anche nei social network c’è un rapporto reale, nel senso che persone che vivono distanti possono continuare a restare in contatto come in qualsiasi tipo di relazione.

Com’era una volta con l’amico di penna, che è pur sempre un’amicizia virtuale…

…ma comunque reale! Esistono storie di grandi relazioni di amicizia a distanza che le nuove tecnologie aiutano a coltivare. Le reti poi sviluppano un tipo di socialità altra, una socialità mediata, ma comunque assolutamente vera e assolutamente importante tanto quanto quella non mediata. Ci sono dei casi in cui qualcuno dice essere ancora più vera. L’altra critica alla rete e alle nuove interazioni sui social network è data dall’ipotesi che queste relazioni creerebbero una nuova forma di individualità dove tu hai il tuo gruppo, quindi conosci solo persone che condividono con te una serie di interessi, evitando di entrare in gruppi o comunque di interessarti di cose che non fanno parte del tuo ambito. Prima cosa questo comportamento selettivo si verifica sin dal medioevo, e seconda cosa oggi non è assolutamente più così ma il contrario! Grazie all’illimitata possibilità di accesso, avrai ben più occasioni di confrontarti con siti, informazioni, gruppi che per pura curiosità inizi a vedere benché non rientrassero inizialmente nei tuoi interessi, con la possibilità di scegliere se proseguire o meno la conoscenza dell’argomento e delle persone che fanno parte del gruppo.

Chi sono questi teorici negativi?
Ce ne sono tantissimi. La prima grande critica, ossia la perdita del senso del reale, è supportata sia da Baudrillard (Jean Baudrillard, Reims, 1929 - Parigi, 2007, filosofo e sociologo) che da Paulo Virilio ( Parigi, 1932 - filosofo, scrittore, urbanista, teorico culturale ed esperto di nuove tecnologie). Questi sono i due grandi autori che criticano il fatto che le reti digitali creino una confusione nella distinzione tra reale e virtuale. Ma prima ci devono spiegare esattamente che cos’è il reale per poter sostenere questa tesi…

Io piuttosto sto facendo una ricerca che coinvolge San Paolo, Lisbona con il professor Jose Bragança de Miranda dell’Universidade de Lisboa, Milano con i professori Alberto Abruzzese e Andrea Piconi dello IULM e Parigi con Maffesoli della Sorbonne. La nostra ricerca verte sul meta-attivismo, ossia sulle nuove forme di utilizzo della rete per sviluppare temi sociali: dalla difesa dell’ambiente alle interazioni tra le imprese, da progetti filantropici come ad esempio Haiti e le forme di soccorso rapido stimolate dalle nuove tecnologie, dall’informazione di vario tipo… sulle nuove forme di relazioni tra soggetti e territorio, mediate dalla rete. Questa è la ricerca che abbiamo appena iniziato e che svilupperemo a livello internazionale nei prossimi anni.

(*)Il pensiero debole secondo Vattimo è caratterizzato dal cadere di numerosi presupposti fondanti la filosofia classica e la tradizione filosofica occidentale, introdotti dal pensiero di Friedrich Nietzsche e Martin Heidegger. Partendo dal Superuomo - l’uomo liberato dall’obbedienza e dal perfezionamento etico per arrivare a Dio - Vattimo ne interpreta la sostanza con l’Oltreuomo che assume la responsabilità del proprio destino, della storia, dell’esistenza stessa. Quest’uomo è indebolito e poroso perché reinterpretabile e reinterpretato, non più destinato al Nietzscheano eterno ritorno, bensì ad una deriva destinale come da pensiero di Heidegger.



 
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